giovedì 9 ottobre 2014

Lettera numero 25: ingombranti pensieri e inutili proiezioni

“Dormo dentro un noce e l’unica fonte di illuminazione proietta la sua ragnatela su un grosso cilindro”.

Le parole formano a volte mosaici meravigliosi ma, al pari dei mosaici reali, carpirne il loro significato richiede necessariamente una certa distanza.
Seguendo questo ragionamento una frase ermetica e apparentemente priva di un senso logico arriva ad avere un’improbabile ma solida connotazione.
Supponiamo dunque che sia uscito di casa due settimane or sono e che mi fossi recato con un amico presso una splendida “Country House” delle maschie campagne scozzesi che per motivi economici ha dovuto chiuder bottega vendendo tutto all’incanto.
Supponiamo che entrando in quella splendida casona all’asta, abbia visitato tutte le camere ancora arredate e che mi fossi diciamo invaghito di uno di questi ambienti, i cui nomi rimandano a differenti tipi di albero.
Supponiamo che la targhetta di tale camera indicasse ad esempio l’albero “noce” e che l’arredamento fosse perfettamente in linea con i miei gusti.
Supponiamo che adesso quella targhetta sia stata collocata all’esterno del mio faro e che sopra il letto del guardiano io abbia posizionato uno strano lampadario a campana fatto di bambù intrecciato la cui proiezione sui muri è esattamente quella di una ragnatela.
Disponendo dei dati sopraccitati, potremmo quindi affermare: “Dormo in un noce e l’unica fonte di illuminazione proietta la sua ragnatela su un grosso cilindro”.
Ciò detto, posso tranquillamente sostenere che a nulla servono le traiettorie di queste arzigogolate peripezie mentali per distogliere la mia mente dal fatto che oggi è una proverbiale, fottutissima giornata nera.
Mi sono svegliato pensando ad avvenimenti oramai passati e non più in grado di nuocermi, tuttavia estremamente nitidi e perfino imbarazzanti. Fastidio del presente e di probabili giornate future.
Per risolvere casi come questo esistono diversi rimedi a seconda della persona. Non ho voglia di prendere la mia barchetta e correre dal molo numero due sino al mulino Kenn, distante circa 6 miglia più a nord, costeggiando la strada ad alto scorrimento A933 dove, percorso il secondo miglio, a causa di una strettoia rischio puntualmente la vita mentre ascolto musica a un volume imbarazzante.
Escludo anche la lettura dell’ultimo libro di Seth Godin regalatomi dal fabbricante e venditore di biciclette Chris nel suo store color arancione che gestisce con passione da oltre 25 anni e presso il quale ho acquistato uno splendido modello di mountain bike.
Escludo di scrivere qualcosa di intelligente o emotivamente liberatorio, per cui non mi rimane che una sola scelta quasi obbligata: prendere un raccoglitore stracolmo di francobolli classici, alcuni cataloghi specializzati e concentrarmi solo ed esclusivamente sull’individuare filigrana ove presente, dentellatura ove presente, eventuali varietà di stampa, colori e, nel caso, anche identificazioni di tavole, griglie o altre caratteristiche particolari. Tutte cose noiosissime e incomprensibili agli occhi di un profano ma eccitanti oltre misura per quelle persone affette dalla patologia del collezionismo.
Questa sindrome, diagnosticata già in tempi antichi, non lascia scampo ai poveri malati. Una compulsiva forza ti spinge a raccogliere i più disparati oggetti e provarne piacere ingiustificato. Sovente ci si sveglia al mattino con la schiena a pezzi e con un senso angosciante di vuoto che ti pervade; ed è del tutto inutile promettersi “domani smetto”.
Solo la preghiera o la meditazione profonda possono spegnere per un po’ il tarlo del pensiero; come per ogni passione/ossessione che si rispetti, l’unico modo rimastomi per salvare la mia dignità è proiettare all’esterno la più accettabile immagine di guardiano del faro (per quanto inusuale questo ruolo sia in realtà).
Prima d’iniziare a immergermi nel diciannovesimo secolo e respirare profondamente entrando in sintonia con questi piccoli documenti di carta intrisi dell’odore della storia, mi sovviene che avevo promesso a un caro amico che vive in Italia di scrivere un biglietto per una persona a lui cara in occasione del di lei cinquantesimo compleanno. Ho la sfortuna di conoscere il festeggiato per cui mi limiterò a fare un favore al mio ex collega committente.
Quando leggerete queste ipocrite righe, io sarò già da ore immerso in un mondo che non ci appartiene più, carpendo piccoli segreti geografici, storici e postali che voi umani non potete nemmeno immaginare.
“Caro Franco,
Quanta acqua sotto i ponti? Sai che non son bravo con le parole e scrivere questo bigliettino per me è un faticoso piacere. Penso che mi potrà capire di farlo ancora una volta nella vita per i tuoi prossimi 50 anni, per cui tieni duro, mi dovrai sopportare ancora un po’! Auguro a te e Linda e ai vostri splendidi ragazzi tutto il meglio!
Firma”

E adesso, luce con 30 led accesa e puntata su quel meraviglioso raccoglitore delle meraviglie con oltre 2000 francobolli antichi dal 1849 al 1930, costatomi una fortuna due anni fa e mai aperto. L’emozione è sempre la stessa, sono felice di avere questa malattia e non intendo condividerla con nessuno. Se non a parole.

martedì 24 giugno 2014

Lettera numero 24: Tra miseria e fortuna...


Tra miseria e fortuna

Ho un amico color paglierino di fronte a me, più o meno all’altezza della bocca. Si chiama “Isle of Jura 21 Years old” e trattasi di un amico whisky (scozzese ovviamente visto che termina con “ky” finale a dispetto dei colleghi americani o canadesi che terminano in “key”). Vellutato, equilibrato e persistente: un magnifico esemplare tremendamente intenso e giustamente caro.

Mi sento povero questa sera ed è una sensazione sgradevole.

Naturalmente non parlo di soldi, quello sono l’ultimo dei miei pensieri perché come quasi certamente tutti o quasi sapranno, i guardiani di fari sparsi per il mondo vivono con poco: qualche emozione per lo più. Preferirei essere semplicemente triste per una circostanza o magari un po’ adirato: ma non è questa la sensazione.

Alterno rimpianti a sgradevoli constatazioni su me stesso e sulle mie incapacità di svendere quel poco di realismo che il buon Dio mi ha dato, con qualche strampalato sogno che inevitabilmente scioglie le sue ali di cera avvicinandosi al calore.

Non so come e non so perché, l’ultima ancora femminile che mi incollava ad una pseudo esistenza in quel di Scozia (Jenny), è diventata probabilmente la valchiria per qualcun altro, visto che non mi ha più ceercato da oltre un mese.

Per citare un ex collega siculo “non è chistu u probblema”. O forse si.

Ho in pugno un cucchiaio con il quale scavo impossibili gallerie dirette al mio cuore. Intaglio me stesso nel peggiore dei modi raccomandabili: molto e male rifacendomi involontariamente al masochismo così tipico del primo movimento punk del finire degli anni settanta.

Siamo presumibilmente creature solitarie, ma non riesco ad accettarlo probabilmente perché la mia voglia di amare è molta e giunto alla fine del settimo bicchiere, sono fermamente convinto sia stato uno spreco aver infuso anche solo un pizzico di questo sentimento in me.

L’alcool non affoga alcun dispiacere e meno che meno lo può fare un distillato così buono che, al limite, accentua l’amarezza di alcuni pensieri solo per il fatto di essere così dannatamente buono.  

A questa prefazione del nulla segue ancor meno.

L’impeto spasmodico delle onde su una barca ormeggiata in un pomeriggio burrascoso.

Il roboante ed impetuoso frastuono della pioggia intensa sulla lamiera della baracca di un povero disgraziato.

Il sorriso lievemente disgustato di alcune persone superbe e l’odore della sala di aspetto di un medico di provincia in un piovoso mattino: questo sono io adesso e non posso che crogiolare nel mio disappunto.

Non è il male di vivere, ma è vita anch’essa.   

Non è la fine del mondo, ma è un pezzo del mondo.

Non è la mia normalità ma è il lato oscuro che la circonda.

Mi dirigo mestamente verso l’uscita del pub e il barista mi raccomanda di non prendere la barca in quello stato indicandomi lo sgabuzzino salva ubriachi. Lo apostrofo con un impossibile turpiloquio italo anglofono sottolineando che quello è il posto degli ubriachi e che io sono il guardiano del faro Bell Rock, il più antico e prestigioso faro scozzese.

Abbandono la ridanciana atmosfera tra uno spintone di un collega di bicchiere e uno sfottò per uscire al di fuori e venire assalito dalla realtà ventosa che mi fa da cornice ogni giorno oramai dall’ottobre del 2012.

Sono certamente ubriaco e materialmente più povero di almeno 110 pounds ma non sono così coglione da prendere la barca e dirigermi al faro in questo stato.

Mi sbottono in maniera tutt’altro che garbata ed elegante i pantaloni e, come sempre capita a noi idioti alcolisti occasionali, faccio una fatica assurda per non urinarmi addosso. Il goffo tentativo riesce per mio stupore ed è in quel romantico momento che sento una vocina famigliare.

Mi giro coprendo la mia timida e freddolosa escrescenza con qualcosa che impugnavo in mano del quale nemmeno riesco a dare un connotato e con sguardo inebetito e occhi iniettati di whisky mi ritrovo faccia a faccia con la signorina Dunhill, Jenny per l’appunto.

In quel preciso momento mi rendo conto che la serata al pub era solo l’after dinner di una giornata  cominciata a vino rosso e provo indignazione per come ho fatto a conciarmi in quel modo vergognoso e che a tutto si confà tranne che a un light house keeper con tanto di divisa di ordinanza primaverile di uno splendido blu che si perde nella penombra del vicolo.

Jenny è così gentile e premurosa da ridarmi un tono e quando si avvicina sento con piacere le sue mani calde e il suo profumo si mischia al prevalente odore di alcool che emetto da ogni singolo poro.   

Mentre ci incamminiamo verso casa la sua espressione  si faceva più severa e credo mi abbia redarguito in una o più occasioni, senza nemmeno immaginare che era probabilmente lei stessa la causa di quella infausta serata. Forse mi vuole bene?

Non riuscivo nemmeno a stare in piedi ma continuavo ad annuire per rispetto reverenziale a ogni sua incomprensibile frase nei miei riguardi sventolando il pollice verso l’alto da perfetto idiota.

Alcuni sprazzi di lucidità di alcuni secondi, mi avrebbero indotto a pensare che mi sarei presumibilmente svegliato nel divanetto di Jenny vicino al bagno con un secchio di plastica in mano ma non è stato così.

Il mio angelo custode quella sera ha dormito tutta la notte abbracciandomi e assistendomi mettendomi perfino in imbarazzo con le sue attenzioni, creandomi così un grande senso di colpa e di disagio.

Ho pensato per rabbia le peggior  cose di lei solo qualche ora prima al pub ed è anche per questo mio meschino modo di agire che a volte allontano le persone che probabilmente a me tengono per un motivo inspiegabile ma reale.

Sono incredibilmente felice nel sentire i suoi seni sulla mia schiena e avrei il mondo in mano se non dovessi trattenere i conati a denti serrati.

La mia insensibile mano stringe con vigore la sua così pallida e affusolata ed è in questo momento l’unico modo che ho per poterle dire: GRAZIE. 

Il giorno seguente almeno un faro nel mondo non avrà un guardiano, questo è certo; ma la signorina Dunhill di ritorno dall’ufficio notarile presso cui lavora, avrebbe trovato attaccato alla porta questo messaggio:

Dolcissima signorina Jennifer

Faro del mio faro,

Inarrestabile rigagnolo di serenità.

Scorri la vita con un dono del quale nemmeno sospetti:

ricetta perfetta per il sorriso dello spirito.

Nutrimi con il tuo sudore

e macchia ogni squarcio di mondo che tocchi

con le tue tonalità di giallo.

Nel tentativo di comprendere ciò che sei veramente,

Mi arrendo a un’ennesima veglia ingenerosa

 

 

Con affetto Andrew

 

venerdì 2 maggio 2014

Lettera numero 23: Love of The Common People


Da poco ho acquistato un divanetto da una piazza e mezza, se così si può scrivere, o forse dovrei definirlo una superpoltrona? Questa piccola dissertazione non è utile alla storia, ma mi spiego meglio.

Da poco ho acquistato una superpoltrona da mettere vicino al mio letto nella sala comandi del faro. È un fatto.

La cosa potrebbe suonare come “una suora in mezzo al bosco”, per citare una canzone di Mina duettata con Beppe Grillo e riguardante l’ipocondria (1), ma la mia superpoltrona va ben oltre. Eh già!

Da poco ho fatto un determinato comodissimo acquisto ma vorrei andare oltre. Scandaglio il mondo della mia fantasia.

Nel mio immaginario sogno spesso di vivere in una spiritualmente caldissima baita legnosa a circa 15 km a sud di Hammerfest, splendido e più che mai arboreo paesino turistico della Norvegia: si mormora sia il più nordico avamposto mondiale di una certa grandezza! Beh, nella mia fantasia, ho acquistato una baita splendida in mezzo a questo deserto nevoso permanente, e ci vivo di coccole con una dolcissima metà. Fare le coccole è una scienza. Non basta accovacciarsi vicino al proprio partner con sguardo dolcemente ebete indossando uno splendido maglione pesante di lana raffigurante cervi e pupazzi di neve stilizzati. Va ben oltre, ma lo scriverò in un trattato scientifico dal titolo “Coccole, tenerezze e affettuosità”. Non oggi e men che meno domani. Probabilmente mai.

Nel mio sogno sono un potente DJ (scuola tedesca in stile “Neelix”, per intenderci). Molto elegante nella musica, morigerato quando è il caso nell’utilizzo di effetti e minimalista.

Amo assemblare la mia musica mentre la mia cerbiatta va a fare legna per il nostro vorace caminetto. Il resto della giornata lo passo a correre nel bosco o a scrivere e fantasticare sul vivere in fantasmagorici fari immersi nei gelidi mari del nord seduto su una splendida, fiammante, comodissima poltrona king size. Limito l’utilizzo dell’auto (una Jeep Wrangler del 2007) a una volta al giorno, giusto per il vettovagliamento nel ridente borgo di Hammerfest. Recupero da quello che per molti è un feticcio il senso dell’utilità e della mobilità.

Il rientro al focolare è una lenta passerella in un fantastico mondo bianco cristallizzato dove scenari immobili mi accompagnano instancabilmente verso il mio nido. In questo necessario e per nulla romantico rituale del rientro a casa motorizzato, il potente frastuono della mia Jeep JK 2800 diesel rovina la poesia di tutto ciò che mi circonda. Un male necessario che scoiattoli ed altri abitanti delle lande gelate hanno deciso di perdonarmi a patto di non avere ospiti a cena.

Il mio parcheggio è una landa boscosa coperta perennemente da neve avente lato di circa 30 km. Nella mia fantasticata vita in queste gelide terre non farò mai a pugni per un parcheggio, ma molto probabilmente prima o poi scapperò da un orso inferocito per puro spirito di territorialità. Ne ho visti parecchi ma grazie al cielo non mi sono mai avvicinato ai cuccioli. Nonostante il mio GPS sia sempre attivo, ho un preciso itinerario per correre perché se sopravvivo ci sono più possibilità che io possa continuare a fare coccole a
qualcuno.
Il mondo della musica non rimpiangerà questo DJ, o forse sì.

La cena è costituita quasi esclusivamente da zuppe molto sostanziose con pane nero o comunque a scorza dura (di mia produzione), e carni di renna essiccata per arricchire e insaporire le vivande. Il venerdì non mi faccio mancare il gravlaks, una preparazione a base di salmone molto semplice e squisita. Anche la mia compagna lo apprezza moltissimo.

Lo splendido salmone norvegese deputato a tale scopo, lo amo pescare a circa 800 metri da casa. Per la marinatura in casa utilizzo come zucchero un mascovado brown e fior di sale affumicato nella quercia. Inutile descrivere il profumo e la bontà di questo semplice piatto.

Sempre rimanendo nel mio sogno in Norvegia, amo osservare la mia compagna mentre dipinge, mentre guarda quel televisore in bianco e bianco che è la finestra, e mentre dorme dopo aver fatto l’amore.

Si avvicina maggio e per circa tre mesi avremo il sole tutto il giorno. Questo fenomeno è talmente incredibile e particolare che il nostro organismo si ribella dando segnali davvero molto bizzarri. Nella nostra vita comunque non  cambierà nulla: saremo sempre gli stessi e percorreremo le strade del nostro destino. That’s it.

Domani mattina mi alzerò e farò colazione con una fetta di pane tostata e marmellata di bacche dei gelidi boschi che mi circondano. Il loro nome non mi è dato di sapere ma per me sono le puff-bacche. Un bicchiere di latte, poi si parte per qualche chilometro di corsa leggera alla temperatura tipicamente primaverile in Norvegia di -7°.

Sognando m’immagino come una persona felice e realizzata, semplice e non particolarmente sfigata. Non mi costa nulla farlo da dietro una tastiera di un vecchio e usurato laptop ma adesso è tempo di rientrare al faro.

 
Teletrasporto in Scozia. Fine dei miei sogni. Non sono più un DJ e non lo sarò mai.

 
Ad Arbroath il termometro segna +7 stamattina. Non è certo la primavera come la intenderei io, ma è pur sempre l’ultima coda dell’inverno passato.

La primavera inizia a schizzare umori emanando micro-vampate di timidi bollori nel pomeriggio, alternati ad ancora gelide folate di vento.

Apro la finestra (quella vera) del mio faro, e un immenso specchio grigio azzurro assale il mio campo visivo. Il vento mi accarezza il volto e non posso non pensare ai piccoli gesti che tutte le persone compiono per dare una parvenza di felicità apparente, un senso di adeguatezza alla propria stringata esistenza.

Sono persone comuni, nulla più. Sono bimbi spesso malinconici, donne apparentemente sorridenti, uomini svuotati di molto e più o meno piccoli animali domestici testimoni silenziosi di quanto scritto.

Molto spesso sono persone che nemmeno hanno una superpoltrona comodissima dove fantasticano come acerbi adolescenti perché forse sono stanchi, oppure hanno smesso di essere ragazzini ancor prima di diventarlo. Nella peggiore delle ipotesi hanno semplicemente finito i sogni.

Sono un uomo qualunque e ho barattato la mia felicità con una massiccia dose di fantasia: scriverò il mio dolore rincorrendo improbabili storie e solo il vento potrà accarezzarmi.

 

 (1)
 

martedì 1 aprile 2014

Lettera numero 22: Improvvisi luccichii nel buio del mio pensiero


Succede ogni giorno che milioni di persone prendano un metrò affollatissimo di una megalopoli americana o asiatica per andare a lavoro. Scommetto che il vostro immaginario non riesce a non pensare a quello di New York o a quello crea-ansietà di Tokyo con i suoi “spingitori”. Ma non è questo il punto. Ricordate quelle bocce di vetro di quei vecchi giochi per bimbi dove quando inserivi una moneta e giravi una scomodissima leva in senso orario di 180 gradi, vincevi una bellissima biglia colorata? Immaginate che quella macchinetta si spacchi all’improvviso per far cadere in maniera assolutamente violenta e fragorosa tutte le biglie colorate per terra: questo è quello a cui penso quando immagino questi metrò al mattino presto.

Mentre le biglie rimbalzano sgradevolmente nella mia mente, non posso non pensare agli improbabili incroci di pensieri che queste persone-biglia macinano continuamente, probabilmente fissando il vuoto di un vagone pieno o qualche ridicolo dettaglio di un ombrello curiosamente portato da un’altra persona-biglia in una radiosa mattinata. Le porte si aprono rivelando la temperatura d stagione, altrimenti incellofanata da quei logori finestrini inquinati.

Essendo ancora inizio febbraio, le circa 100 milioni di corse dei metrò effettuate in Giappone non avranno statisticamente effettuato ancora un solo ritardo: a guardare i numeri la cosa dovrebbe accadere nell’arco di 15 giorni; ma non è nemmeno questo il punto. Come ogni anno tutte le società nipponiche  che si occupano della mobilità metropolitana invieranno una mail o una lettera di scuse per i ritardi ai milioni di abbonati sparsi in ogni dove nello  splendido paese del Sol Levante: un altro pianeta, ragazzi. Non è ancora il  punto.

Luke, un ottimo chef americano di 36 anni svezzato in cucine top di Paesi anglofoni a colpi di cucine high-profile e molecolari, sta dirigendo un ristorante very busy della Parigi che conta, dove l’alta cucina fusion incontra il servizio rapido e indolore dei business men il cui unico scopo è quello di nutrire inconsapevolmente bene un corpo oramai svuotato di molto. La sua preoccupazione più grande è quella legata alla conversione dei gradi centigradi e delle misure di quantità per rendere le sue ricette il più possibile come lui le conosce dopo lunghi e faticosi collaudi. Ha il mestiere in mano e non teme,

ma il punto non è nemmeno questo.

Il punto non è che sono stato un po’ Luke, un po’ tutto e un po’ niente.

Adesso sono qui, su questa panca in legno sul lungomare di Arbroath, ad occhi chiusi per un riverbero solare davvero crudele, e per di più a spalle strette per via di questa pungente aria tremendamente nordica a cui nemmeno gli scozzesi porgono l’altra guancia.

Io sono ancora qua e penso di rimanervi, seppur anche nel mese di febbraio tradirò il faro alla volta dell’isola di smeraldo: l’Irlanda.

Non piangere, piccola casetta luminosa in mezzo al mare; vado via ma ritornerò da te tra circa un mese. Devo assentarmi, lo faccio per aiutare degli amici che hanno chiesto il mio aiuto professionale.

Il mio sentimento per te, faro, non cambierà di una virgola; anzi, è probabile che fortifichi. Scrivo di te al mondo stando qui e scriverò del mondo a te standoti lontano: insomma creeremo quella magia e tu la chiamerai come vorrai.

La passione mi costringe a muovermi così, null’altro.

Per adesso è più di un’amicizia, Bell Rock, ma non so se sia amore. Meglio non teorizzare e comportarsi come adulti: in fondo hai più di duecento anni, e quando anche io mi dovrò arrendere di fronte all’ultimo ostacolo, tu continuerai la tua corsa ancora per molto.

Quando tuo papà Stephenson ti costruì, era mosso da grande amore e passione per il suo lavoro. Se tutto quello che ha costruito l’uomo fosse stato fatto per durare splendidamente 74.095 giorni contro vento, freddo, acqua, caldo e salino come te; dovremmo cancellare la parola “manutentore” dai dizionari di tutto il mondo.

Ma adesso destinazione Kilkenny, provincia irlandese del Leinster. Mi ospiterà poco e io sarò degno di essere ospitato da questo bel borgo medioevale del quale non vedo l’ora di visitare il castello.

La capitaneria di Arbroath ha apprezzato questa volta la mia sincerità concedendomi il periodo come congedo temporaneo.

Ti spedirò una lettera dalla terra di San Patrizio, caro il mio Bell Rock Lighthouse, promesso. Solita affrancatura filatelica.

Come ho fatto già sette mesi fa, penserò con nostalgia alla Scozia e al mio faro con la stessa malinconia di chi ha composto “Ma se ghe pensu” , una splendida canzone popolare genovese che pochi conoscono e che tutti, italiani e non solo, dovrebbero avere nel cuore anche se compiono scelte differenti da quelle del suo protagonista. Per non dire opposte: come me.

Il punto adesso è fare i bagagli. Il punto adesso è raccogliere quello che rimane di positivo in me e spingersi oltre come una delle tante biglie colorate per il mondo.

 


 


 

 

 

giovedì 16 gennaio 2014

Lettera numero 21: Ritorno al faro...


2014: Ritorno al faro


Nessuno si sarà in-giustamente chiesto per quale motivo non ho più scritto dalla mia casetta in mezzo al mare di Scozia? Ebbene, la risposta è una sola ed è riassumibile nel fatto che non ero nella mia casetta in mezzo al mare di Scozia.

Come mi è capitato già in passato nei miei pellegrinaggi, di punto in bianco ho deciso di mollare tutto per prendermi un periodo sabbatico e mi sono messo a girare per il mondo lavorando.

Avevo voglia di subire ancora la passione per la cucina cercando di ritornare alla vita di sempre e ci sono in parte riuscito. Sono stato in Russia, in Italia, e in Germania per imparare un minimo di tedesco. Questi (forse) 6 mesi li ho passati a fare periodi di prova come responsabile o vice responsabile di cucina, nello stesso tempo mantenendomi in sistemazioni provvisorie in solitario o in stretta condivisioni con strani individui pressappoco civili. Nessuno ha creduto alle storie del mio faro in Scozia e sono stato considerato uno strano cazzaro – benché sia tutto vero.

Inutile scrivere quanto dispiacere possa aver dato la mia partenza al sig. Sindaco (Mc Person) e perfino a quei pochi abitanti di Arbroath con i quali a quel punto avevo condiviso serate al pub, pranzi, cene, chiacchierate e quant’altro.

Alla fine ho telefonato nuovamente alla mia capitaneria di porto preferita e ho spiegato di avere una personalità particolare e difficile, e quanto mi fossero rimaste nel cuore molte persone in quelle belle terre selvagge e perfino torbate. Ho dovuto porgere le mie scuse per quel biglietto ridicolo nel quale tentavo di addurre a un periodo di stress intenso la mia dipartita. Mi sono coperto di ridicolo come spesso accade un po’ a tutti, ma la cosa è talmente imbarazzante da rimuoverne immediatamente il ricordo.

Dopo un comprensibile gelo iniziale, le porte si sono riaperte per il piccolo Andrew che toltosi l’odore di cucina, e non solo, si prepara nuovamente a indossare gli abiti del guardiano del faro.

Fatta questa piccola premessa, posso dire che della mia breve parentesi estera rimangono molte fotografie, rimane vivo il profumo di una persona speciale, rimangono fissati scazzi e gesti inutili, rimangono sapori e soddisfazioni, rimangono aspettative e sogni durati non più di una settimana, ma soprattutto rimane forte la  consapevolezza nella mia testa di  essere un perdente positivo.

La vita di alcune persone a volte è fondamentalmente un romanzo mal riuscito o comunque non vissuto come protagonista ma come gregario della propria anima. In questo momento scrivo dentro un improbabile bar cittadino della ridente Svizzera francese dove sono capitato per caso inseguendo una libellula di nome Katerin. Di preciso mi trovo a Sion, che è davvero un bel paesone nonché il capoluogo del cantone bilingue Wallis/Vallée. Vallese, per dirla all’Italiana.

Sono in Rue de La Gare e sono appena reduce da un ottimo pranzo in un localino gourmand chiamato per l’appunto “Le Jardin Gourmand” dove ho potuto gustare del pesce con la dolcissima compagnia che da lì a poco, e forse inaspettatamente, mi avrebbe abbandonato con la pancia piena e il sorriso di chi ha vinto. Ci ho perso io, ma il mio amaro sorriso si trasformerà presto in inchiostro e tutto passerà come uno starnuto.

Concentrandomi sul pranzo, invece, la pescatrice di antipasto e lo sgombro di secondo erano prudentemente preparati dallo chef con abbinamenti infallibili: insalata di germogli, lardo e foie gras il primo, e peperoni stufati il secondo. Per la sciocchezzuola ho comunque dovuto fare a meno di 190 franchi svizzeri ma il giudizio è positivo.

Mi sono recato poi per l’appunto in questo caffè da dove scrivo nell’intento di sorseggiare qualcosa in attesa dell’interregionale che mi porterà alla volta di Sierre per poi da lì finalmente recarmi a Milano e prendere l’aereo alla volta di Edimburgo.

La libellula era troppo libellula anche per me ma il desiderio di catturarla e perfino quel pranzo consumato cordialmente insieme si sono trasformati essi stessi nel piacere del viaggio.

Ma adesso la mia mente non può che correre al mio futuro immediato, con la cerata color blu della capitaneria di Arbroath che tanto mi dona e mi rende così misteriosamente guardiano del faro. “Chissà come vive il guardiano?”, si chiedono la gente e i pescatori del piccolo borgo marinaro scozzese che mi vede in “divisa da tsunami” quando sbarco al molo due.

Una cosa che mai e poi mai mi sarei immaginato, invece, è sapere che su internet le persone con le quali entro in contatto (quasi sempre per le mie vendite filateliche) mi riempiono di domande sulla mia vita e mi trovo quasi costretto, per non rovinare il rapporto commerciale, a doverli informare sulle mie abitudini.

In realtà il Bell Rock Lighthouse doveva essere la mia isola beata fatta di salmastro, di libri, di francobolli e di musica, e per ironia della sorte non mi sono mai sentito così lontano e al tempo stesso vicino a migliaia di perfetti… non-conosciuti di persona.

Più vivo e più mi rendo conto che probabilmente molte delle nostre “convinzioni assolute e quasi dogmatiche” sono davvero tutt’altro che effettivamente punti fermi.

Ho iniziato a guadagnare bene da quando ho smesso di pensare al denaro, Dio mi ha trovato ancor prima che io avessi avuto il tempo di cercarlo, ho perso l’amore della mia vita la prima volta che ho pensato seriamente a un legame duraturo e importante, ho ottenuto sesso quando cercavo amicizia, ho pagato per essere amico di qualcuno, ho scoperto quanto amo cucinare adesso che non faccio più il mestiere dello chef di cucina, e amo stare all’estero considerandomi orgogliosamente straniero.

Mentre l’ennesima convinzione precipita nello sciacquone del mio pensiero, il cielo grigio inizia a versare una pungente e sottilissima pioggia su tutto e tutti.

Distolgo lo sguardo dalla tastiera di questo laptop e osservo quello che mi circonda passandomi le mani sulla testa e sull’attaccatura dei capelli sempre più alta.

Mi alzo per pagare le consumazioni con un bagaglio di quarant’anni addosso e le suole delle scarpe sempre consumate.

Domani alle 16:35 salirò sul volo che mi riporterà in Scozia e porterò con me una  bottiglia di vino italiano per il sig. Mc Person, il portafortuna di una cartomante conosciuta nel metrò di Mosca, e un nuovo fiammante paio di scarpe.


 

martedì 23 luglio 2013

Lettera numero 20: Il vento caldo dell’estate ed altri miraggi


Lettera numero 20...

Poco meno di due ore mi separano da una pedicure con annesso splendido massaggio ai piedi in uno dei tre centri benessere della cittadina di Arbroath. Lo studio in questione, dotato di ampia vetrata sulla centralissima Kirk Square, è collegato a un parrucchiere associato dal quale sono stato già tre volte con grandissima soddisfazione.

Non avevo mai provato un massaggio ai piedi con olii essenziali e altre sostanze sconosciute tremendamente tonificanti e piacevoli, ma fidandomi dell’edicolante del porticciolo, il mese scorso ho deciso di provarlo almeno una volta. E oggi ci torno con grande gioia, anche se questa voglia risparmierò il taglio di capelli. Non avrai il mio scalpo, abile parrucchiere.

Sarah è l’estetista che in giugno mi ha a dir poco coccolato ed è stata così abile da farmi abbandonare a un relax quasi ipnotico. Il mio nuovo appuntamento è ancora con lei, che pur non essendo molto attraente, ha uno splendido odore. Uno di quei sentori femminili che catalogo come “fruttati non aciduli”. Ricordo perfettamente l’odore di ogni donna che ho conosciuto e con la quale ho avuto frequentazioni anche solo da bar.

Tuttavia, l’elegante insegna lignea di color bianco e nera che riporta l’esotico e buffo nome del centro estetico non fa sufficiente ombra in questa caldissima giornata estiva scozzese, per cui trovandomi già in loco decido di entrare a godermi una frescura armato di mp3 e un’amplissima selezione musicale.

La mia mente si sta già abbandonando allo stato di subconscio indotto e quelli che seguono sono i pensieri che volano liberi in quel piccolo contenitore camuffato da centro operativo chiamato scatola cranica.

Non riesco a sentirmi appagato da me stesso. Fingo di essere felice ma non credo la cosa possa durare in eterno. Che bel profumo questa ragazza.

Quanto era bello uscire da casa dopo aver fatto l’amore con la mia valchiria e averne ancora l’odore sulle dita. Chissà chi abita in quella casa adesso. Quante litigate, i suoi genitori schiavisti e gli amici mai pronti a capirti soffocati dall’affetto che provavano per te.

Non potrei pretendere molto in fondo. Sono un orfano della peggior specie, mi diceva il maestro: non riesco a dimenticarlo.

Suor Anna mi amava e per me era una madre. Non sarebbe fiera di me e non crederebbe adesso al guardiano del faro. Anche lei vola adesso.

L’illusione di essere normale, le caldi estate dei primi anni ‘90 al lavoro, adolescenza stoppata bruscamente. I tradimenti dei propri principi da templare.

Il camion tagliò il filo che legava i miei genitori adottivi alla vita. Un ubriaco croato. Una telefonata e tanto smarrimento. Odore di spogliatoio e il silenzio interrotto dalla caldaia del ristorante unico  rifugio possibile.

Il sapore delle lacrime salatissime di quei giorni e l’evoluzione a uno stato mentale successivo.

Il labirinto della droga. L’orrendo gioco dell’alzare sempre più in alto l’asticella dello sdegno.

Umiliazioni e gesti biechi. Gli specchi rotti e la voglia di essere migliore soffocata dal primo colpo di tosse.

L’amore illusorio. La voglia di telenovela porno. Inutili sbalzi d’umore e reazioni scollegate dalla realtà.

La presa di coscienza e l’abbandono di tutto. Gli aerei, mille persone dimenticate e tanto sudore. Viaggi improbabili, falsi contratti, truffe e raggiri.

La violenza subita. I torti fatti e non pagati. L’accettazione della parola vergogna.

La riflessione e la rielaborazione del proprio mondo. Distinguere il bene e il male e poi ripartire.

Il coraggio e la passione. Cancellare la parola rimpianto e problema. La fenice.

L’ultimo aereo, il faro poi Parigi. Poi chissà. Io sono ancora qui e non capisco cosa stia facendo o cercando in Scozia.

Adesso provo disagio e apro gli occhi.

 

Sarah mi guarda con un sorriso smagliante teneramente compassionevole e mi dice che se non ascoltassi musica durante la seduta mi avrebbe chiesto un sacco di cose sull’Italia. È il paese che amo, mi dice in un italiano claudicante e aggiunge che il prossimo anno vorrebbe passare un mese con il suo ragazzo a Roma, Firenze, Venezia… e Livorno, dove vive una sua zia acquisita.

Mostro timidamente di essere compiaciuto della sua decisione e poi le stringo la mano ringraziandola e complimentandomi per la sua abilità mi dirigo felicemente intorpidito all’uscita.

Sulla strada lo schiaffo del caldo mi fa quasi perdere l’equilibrio. Mi fermo al market per acquistare un box di birre e poi al molo per rientrare al mio rifugio con i miei nuovi piedi sostanzialmente unti e profumati.

Sulla barca del rientro al faro, voglia di sistemare francobolli antichi; quelli neozelandesi arrivati una settimana fa all’ufficio postale “Quattro” di Arbroath.

Sei solo, guardiano, non voltarti. Trasforma ogni tuo piccolo viaggio fisico o mentale in un’esperienza memorabile, non importa se la poca consapevolezza della vita rubata potrà essere condivisa o meno.

Il dolore mi nutre, il malessere e il disagio mi fanno sentire vivo. Se imparo a convivere con tutto questo avrò raggiunto una meta, anche se non capisco quale possa essere in realtà.

Mano nella tasca sinistra, tre mandate in senso antiorario tirando forte a sé il pesante portone metallico del mio “Bell Rock” per dirigermi velocemente alla scrivania, birra alla mano.

Passo a disporre con cura le attrezzature necessarie sul piano da lavoro. Catalogo specializzato “Yvert” per la Nuova Zelanda, pinzette inox ergonomiche da 15 cm punta arrotondata, lente d’ingrandimento professionale con focus x2 e x4 auto illuminante, filigranoscopio elettronico, lampada di Wood portatile per rilevare eventuali fluorescenze, odontometro decimale per stabilire le dentellature dei vari francobolli, cartoncini con listelli per disporre i pezzi catalogati, targhette segnaprezzo per scrivervi numero di catalogo note e prezzi, post-it piccoli e multicolore per annotazioni diverse, e infine il grosso album da 32 pagine color magenta stracolmo di francobolli neozelandesi dal 1857 a oggi. Oltre 3000 pezzi su 64 facciate con bei doppioni anche di valore e alcune interessanti varietà da sottoporre agli esperti di francobolli neozelandesi attraverso i forum filatelici che normalmente frequento.

Bevo un sorso di birra e comincio la prima parte della lunghissima maratona filatelica al termine della quale mi sarò dimenticato praticamente di tutto ciò che ho fatto durante il mio day-off. Ad eccezione del profumo di Sarah.

martedì 28 maggio 2013

LETTERA NUMERO 19: Immagini confuse di ieri e di domani

 Immagini confuse di ieri e di domani

Ci sono ricordi confusi che spesso ti lacerano quasi inconsapevolmente. Non parlo di grandi traumi diretti o di incredibili shock subiti, ma di cose altrettanto tragiche che s’insinuano nella nostra mente.

Qui ad Arbroath il mio faro è sotto una pioggia battente da almeno tre giorni e le giornate del timido caldo primaverile delle settimane passate sembrano essere quasi un fatto storico, lontano.

Due sere fa, lo scroscio continuo dell’acqua e le improvvise folate di vento hanno provocato uno strano effetto sonoro, un rumore simile a un urlo umano, e la mia mente ha riacceso una lampadina su un fatto triste e penoso accadutomi oltre 15 anni fa, quando vivevo in una casa del centro storico genovese alla quale ero molto affezionato: la mia “casetta”.

In quel periodo, tentavo goffamente di assomigliare a tutti i costi a un poeta maledetto o a una versione annacquata e sfigata di qualche rockstar dannata di fine anni ’60-primi ‘70. Oltre a non essere felice, terminavo spesso le mie serate vomitando nel mio bel cesso di casa o in prossimità del portone, sino al punto di giacere privo di sensi sul mio vomito per almeno un’ora se non più.

La sera in questione non ero completamente ubriaco, anzi ero soltanto simpaticamente brillo e terribilmente stanco. Arrivai a nanna dopo una doccia faticosa e mentre ero a letto in piena notte, sentii quello che poteva sembrare un urlo femminile. Aprii gli occhi e percepii ancora un po’ di rumori indefinibili ma tanta era la stanchezza che decisi di continuare nervosamente a dormire.

Il mattino dopo, sulla via del lavoro, vidi la polizia e l’ambulanza portare via il cadavere di una mia vicina di casa, tragicamente assassinata dal suo rude compagno tossicomane con cui coltivava un amore malato da qualche anno.

Mi sentii talmente a disagio da dovermi sedere su una panchina: non avevo mai provato una sensazione di amaro in bocca e stomaco torto così intensa come quel mattino. La giornata lavorativa scorse via lenta e inesorabile mentre io non potevo fare a meno di pensare a quell’urlo che ero quasi convinto di avere sentito.

Con ogni probabilità la mia mente decise di rimuovere progressivamente il brutto ricordo di quel giorno, ma adesso che mi trovo a oltre 3 mila km e, credo, 750 settimane di distanza, il destino piovoso ha riacceso la luce su quel ripostiglio mentale che utilizziamo per sbarazzarci di inutili o dolorosi fardelli psichici.

Tutto questo accade mentre ho scoperto di avere maturato quasi quindici giorni di ferie e che la capitaneria mi spedirà via dal faro con un sonoro calcio nel sedere se non mi organizzo in fretta per levarmi di torno queste due settimane.

Spegnendo nuovamente la luce di quello stanzino della mia mente, e non avendo parenti prossimi in Italia, ho deciso di andare a visitare Parigi. Mi sto già programmando il viaggio, ma non do niente per scontato fino a che non avrò realmente prenotato i biglietti aerei.

Sono emozionato all’idea di interrompere il mio esilio nei mari di Scozia per andare in una delle più grandi città europee, e in un certo senso mi sento confuso ma pronto a lasciarmi tutto alle spalle. Avevo una mezza idea di chiedere a Jenny se avesse voluto venire con me, ma una vocina mi ha lasciato intendere che non sarebbe stata una buona idea. Spesso mi sento solo e forse ho solamente bisogno di un surrogato di affetto al quale nemmeno le piccole cose importanti e i rituali di cui mi circondo possono sopperire.

A Parigi, se davvero sarà quella la mia meta, intendo camminare moltissimo e visitare l’impossibile. Per almeno due settimane mi sentirò un altro uomo, o forse tornerò ad essere quell’uomo che non c’è più. Peggio ancora: sarò un uomo nuovo che non c’è mai stato e magari tornerò ad essere un ragazzino con l’argento vivo addosso.

A Parigi amerò la vita e scriverò, lontano dalle urla, lontano dalle onde gelide dei mari del nord, e vivrò nella fantascienza. Mi aprirò il cuore davanti a Notre Dame e ammirerò da un angolo defilato gli sguardi degli studenti che disegnano la splendida facciata gotica. Mi stupirò nel vedere i volti anestetizzati alla bellezza di chi vive in certe piazze meravigliose del centro, e capiterò volontariamente in zone di Parigi che nulla hanno a che vedere con le mete turistiche, fingendomi un indigeno.

Entrerò in uno di quei negozietti che esplodono di ninnoli irresistibili solo per il gusto di non spendere un centesimo e userò il mio potente naso da ex chef di cucina per annusare alberi, fiori e ciascuna delle altre miriadi di cose che si potrebbero trovare ovunque, per carpirne eventuali differenze di odore.

Mi siederò su una panchina in una larga via alberata con antichi e maestosi palazzi per chiudere gli occhi e ascoltare al buio che rumore fa Parigi. Mi godrò ogni singolo istante di persona lontana dal mondo salmastro nel quale mi sono immerso sette mesi or sono.  

Accarezzerò un cielo diverso a ogni occasione nella quale prenderò fiato, o scruterò a lungo un formidabile cartellone pubblicitario di qualche stilista francese.

Sarò libero di non leggere libri, schiavo delle emozioni del momento e nessuno potrà pensarmi come il guardiano di un piccolo tratto di mare scozzese.

Andrò alla deriva di me stesso, ma stavolta senza svenire nel mio vomito; mi sforzerò di non dare per forza un senso alle cose. Scoprirò forse me stesso o imparerò ad ascoltare ciò che è altro da me. Non farò a braccio di ferro con la coscienza e pregherò a testa in giù per una sera intera. Alla fine, non  ricorderò nulla del viaggio, e non scriverò nulla di ciò che sarà stato. C’è ancora molto spazio nella mia testa malconcia, le mie scarpe mature dovranno farne molta di strada o parafrasando un modo di dire tipico degli addetti in cucina “devo mangiarne ancora molti di panini”. In tasca non avrò molto ma sarà anche troppo.

Ora mi restano solo il fragore dell’acqua sul faro, il ricordo di una primavera morta sul nascere, e una valigia da finire.