giovedì 9 ottobre 2014

Lettera numero 25: ingombranti pensieri e inutili proiezioni

“Dormo dentro un noce e l’unica fonte di illuminazione proietta la sua ragnatela su un grosso cilindro”.

Le parole formano a volte mosaici meravigliosi ma, al pari dei mosaici reali, carpirne il loro significato richiede necessariamente una certa distanza.
Seguendo questo ragionamento una frase ermetica e apparentemente priva di un senso logico arriva ad avere un’improbabile ma solida connotazione.
Supponiamo dunque che sia uscito di casa due settimane or sono e che mi fossi recato con un amico presso una splendida “Country House” delle maschie campagne scozzesi che per motivi economici ha dovuto chiuder bottega vendendo tutto all’incanto.
Supponiamo che entrando in quella splendida casona all’asta, abbia visitato tutte le camere ancora arredate e che mi fossi diciamo invaghito di uno di questi ambienti, i cui nomi rimandano a differenti tipi di albero.
Supponiamo che la targhetta di tale camera indicasse ad esempio l’albero “noce” e che l’arredamento fosse perfettamente in linea con i miei gusti.
Supponiamo che adesso quella targhetta sia stata collocata all’esterno del mio faro e che sopra il letto del guardiano io abbia posizionato uno strano lampadario a campana fatto di bambù intrecciato la cui proiezione sui muri è esattamente quella di una ragnatela.
Disponendo dei dati sopraccitati, potremmo quindi affermare: “Dormo in un noce e l’unica fonte di illuminazione proietta la sua ragnatela su un grosso cilindro”.
Ciò detto, posso tranquillamente sostenere che a nulla servono le traiettorie di queste arzigogolate peripezie mentali per distogliere la mia mente dal fatto che oggi è una proverbiale, fottutissima giornata nera.
Mi sono svegliato pensando ad avvenimenti oramai passati e non più in grado di nuocermi, tuttavia estremamente nitidi e perfino imbarazzanti. Fastidio del presente e di probabili giornate future.
Per risolvere casi come questo esistono diversi rimedi a seconda della persona. Non ho voglia di prendere la mia barchetta e correre dal molo numero due sino al mulino Kenn, distante circa 6 miglia più a nord, costeggiando la strada ad alto scorrimento A933 dove, percorso il secondo miglio, a causa di una strettoia rischio puntualmente la vita mentre ascolto musica a un volume imbarazzante.
Escludo anche la lettura dell’ultimo libro di Seth Godin regalatomi dal fabbricante e venditore di biciclette Chris nel suo store color arancione che gestisce con passione da oltre 25 anni e presso il quale ho acquistato uno splendido modello di mountain bike.
Escludo di scrivere qualcosa di intelligente o emotivamente liberatorio, per cui non mi rimane che una sola scelta quasi obbligata: prendere un raccoglitore stracolmo di francobolli classici, alcuni cataloghi specializzati e concentrarmi solo ed esclusivamente sull’individuare filigrana ove presente, dentellatura ove presente, eventuali varietà di stampa, colori e, nel caso, anche identificazioni di tavole, griglie o altre caratteristiche particolari. Tutte cose noiosissime e incomprensibili agli occhi di un profano ma eccitanti oltre misura per quelle persone affette dalla patologia del collezionismo.
Questa sindrome, diagnosticata già in tempi antichi, non lascia scampo ai poveri malati. Una compulsiva forza ti spinge a raccogliere i più disparati oggetti e provarne piacere ingiustificato. Sovente ci si sveglia al mattino con la schiena a pezzi e con un senso angosciante di vuoto che ti pervade; ed è del tutto inutile promettersi “domani smetto”.
Solo la preghiera o la meditazione profonda possono spegnere per un po’ il tarlo del pensiero; come per ogni passione/ossessione che si rispetti, l’unico modo rimastomi per salvare la mia dignità è proiettare all’esterno la più accettabile immagine di guardiano del faro (per quanto inusuale questo ruolo sia in realtà).
Prima d’iniziare a immergermi nel diciannovesimo secolo e respirare profondamente entrando in sintonia con questi piccoli documenti di carta intrisi dell’odore della storia, mi sovviene che avevo promesso a un caro amico che vive in Italia di scrivere un biglietto per una persona a lui cara in occasione del di lei cinquantesimo compleanno. Ho la sfortuna di conoscere il festeggiato per cui mi limiterò a fare un favore al mio ex collega committente.
Quando leggerete queste ipocrite righe, io sarò già da ore immerso in un mondo che non ci appartiene più, carpendo piccoli segreti geografici, storici e postali che voi umani non potete nemmeno immaginare.
“Caro Franco,
Quanta acqua sotto i ponti? Sai che non son bravo con le parole e scrivere questo bigliettino per me è un faticoso piacere. Penso che mi potrà capire di farlo ancora una volta nella vita per i tuoi prossimi 50 anni, per cui tieni duro, mi dovrai sopportare ancora un po’! Auguro a te e Linda e ai vostri splendidi ragazzi tutto il meglio!
Firma”

E adesso, luce con 30 led accesa e puntata su quel meraviglioso raccoglitore delle meraviglie con oltre 2000 francobolli antichi dal 1849 al 1930, costatomi una fortuna due anni fa e mai aperto. L’emozione è sempre la stessa, sono felice di avere questa malattia e non intendo condividerla con nessuno. Se non a parole.

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